domenica 21 gennaio 2018

Gli "Amanti del Valdaro" e il Museo Archeologico di Mantova

Nel dicembre del 2007, durante la campagna di scavi di una villa rustica romana in zona Valdaro, nel comune di S.Giorgio, a sud-est di Mantova, venne alla luce una tomba ad inumazione risalente alla fase avanzata del Neolitico (6000 anni fa): una sepoltura bisoma, cioè erano due corpi sepolti insieme, legati da un abbraccio millenario, e per questo, ancor prima di analizzarli, furono chiamati "Gli Amanti di Valdaro".
I due corpi erano rannicchiati, disposti uno di fronte all'altro e con braccia e gambe intrecciate.

Una volta analizzati i corpi, si è potuto dire che si tratta di un corpo maschile giacente sul fianco destro, di età compresa tra i 18 e 22 anni, alto 1,46m e che soffriva di un'anomalia alla rotula (vastus notch), e di un corpo femminile giacente sul fianco sinistro, di età compresa tra i 16 e 20 anni, alto 1,49m.
 
I loro denti, anche se completamente conservati, mostrano linee d'ipoplasia, dovute a carenze nutrizionali sofferte durante la crescita.

Gli studiosi hanno supposto che sia stata deposta prima la giovane donna e poi il giovane uomo.
I corpi erano presumibilmente avvolti in sudari, data la buona conservazioni delle connessioni anatomiche.
Gli arti intrecciati invece sono dovuti a fenomeni del post mortem (dissolvimento dei tessuti molli).

Insieme a loro furono rinvenuti alcuni strumenti in selce: il corpo maschile presentava una lunga lama simile ad un pugnale sull'arto sinistro inferiore e una punta e una lama a livello del bacino (probabilmente racchiusi in foderi di materiale deperibile), mentre il corpo femminile aveva vicino alle vertebre cervicali una cuspide di freccia.
Il fatto poi che furono ritrovati in un'area di sepolture, ha fatto decadere un po' le ipotesi che supponevano la morte dei giovani per assideramento, stretti in un abbraccio amoroso per riscaldarsi, così come la mancanza di segni tangibili di offesa sui corpi, ha escluso l'assassinio dei giovani.

Molto probabilmente furono ricomposti da mani pietose, che hanno voluto tramandare per l'eternità l'intimità e il legame amoroso dei due giovani.

Un tenero abbraccio che ha sfidato i secoli, segno che un amore vero può continuare anche dopo la morte.

Come Virgilio ha scritto in una delle sue opere più conosciute:
"OMNIA VINCIT AMOR ET NOS CEDAMUS AMORI"
ovvero "L'Amore vince tutto, anche noi cediamo all'Amore"
                                                                  (Bucoliche X,69)

Quello di Mantova è un ritrovamento raro ma non unico.
Infatti nella storia dell'archeologia sono stati ritrovati corpi sepolti insieme di varie epoche, e in diverse aree geografiche.
Tanto per fare alcuni esempi:
- dopo qualche mese dal ritrovamento degli "Amanti di Valdaro" furono ritrovati presso la Grotta di
   Alepotrypa nel Peloponneso meridionale altri due corpi abbracciati risalenti anch'essi a 6000 anni
   fa
- nel 2009 durante alcuni lavori di costruzione furono rinvenuti nel capoluogo modenese in Via Ciro
  Menotti una coppia che si teneva mano nella mano, i cosiddetti "Amanti di Modena", risalenti a
  1500 anni fa
- gli "Amanti di Hasanlu" ritrovati in Iran nel 1972, sono invece famosi per il loro bacio, risalente a
  2800 anni fa 
- in Grecia nella Grotta di Diros furono ritrovati due scheletri abbracciati l'uomo rannicchiato alle
  spalle della donna, vissuti nel 3800 a.C.
- molto più recenti sono i corpi del XIV secolo trovati mano nella mano nella Cappella di Saint
  Morrell nel Leicestershire in Gran Bretagna

...e l'elenco potrebbe continuare non dimenticando i sarcofaghi bisomi etruschi.

Gli "Amanti di Valdaro" furono recuperati insieme ai due metri cubi di terreno sui quali riposavano, per non rischiare di dividerli.
Dopo alcuni anni costretti in magazzino per mancanza di fondi per poterli sistemare ed esporli al pubblico adeguatamente, dal 2014 hanno trovato la loro sede definitiva nel Museo Archeologico di Mantova.

Museo Archeologico di Mantova
La visita a questa testimonianza di amore eterno, dona l'occasione di visitare questo piccolo ma interessante museo, ospitato in quello che per trecento anni fu il teatro i corte dei Gonzaga e poi degli Asburgo.

Furono infatti costruiti in quest'area, facente parte del complesso del Palazzo Ducale, posto lungo il lato settentrionale dell'attuale Piazza Castello,  ben cinque teatri:
- il primo, voluto dal Cardinale Ercole Gonzaga, risale al 1549 e realizzato da Battista Bertani
- il secondo fu ripristinato ad opera di Ippolito Andreani tra il 1591 e il 1592, dopo che un incendio
  (1588) aveva distrutto il precedente insieme all'armeria del palazzo
- il terzo teatro ducale fu progettato da Antonio Maria Viani e inaugurato nel 1608 (adatto al
  melodramma)
- il quarto teatro fu commissionato nel 1706 dal duca Ferdinando Carlo a Ferdinando Galli da
  Bibbiena; il teatro venne terminato nel 1732 dall'amministrazione austriaca e inaugurato l'anno
  successivo
- nel 1781 un altro incendio distrusse completamente il teatro che venne subito riprogettato da
  Giuseppe Piermarini, che riadattò i suoi disegni per il Teatro alla Scala di Milano (però con cavea
  allungata e senza camerini per i palchi); Paolo Pozzo si occupò invece della realizzazione.

Il teatro, chiamato Teatro Regio, fu ben presto soppiantato dal nuovo Teatro Sociale, e venduto al Demanio (1887).
Fu acquistato poi dal Comune di Mantova che lo modificò per adattarlo a mercato dei bozzoli prima e ortofrutticolo poi.
Infine venne adibito a museo.

Il recente allestimento del museo, tramite i reperti esposti, racconta la storia di Mantova, dal Neolitico all'avvento delle nuove genti, i Goti e i Longobardi, passando per l'età del bronzo, l'età del ferro, il periodo etrusco, celtico, la romanizzazione della città, medievale e infine rinascimentale.

E' un viaggio a ritroso diviso in tre sezioni:
- Sezione I: Mantua: una città romana 

mosaico in bianco e nero di epoca giulio-claudia (I sec.d.C.)
anfore romane
mosaico romano
pavimento in cocciopesto con rosette
elementi di capitelli di lesena (II/III sec.d.C.)
da sinistra: stele funeraria (I sec.d.C.) / statuetta acefala di Esculapio (I sec.a.C.) / statuetta acefala di Demetra o Musa (I sec.a.C.)
basolato del cardo che attraversava da sud a nord la Mantova romana
vetrina: oggetti di una domus di Via Cavour (Palazzo Andreasi)
collana e pendente con cammeo in agata che raffigura Minerva (III sec.d.C.)
statuetta di Iside/Fortuna (I/II sec.d.C.)
statuetta di Fortuna (II sec. d.C.)
rivestimento di balsamario con maschere teatrali (età augustea)
testina di sacerdote siriaco (I/II sec.d.C.)
mano con serpente attorcigliato (I/II sec.d.C.)
monumento funerario di magistrato municipale di Mantova
oggetti provenienti da una sepoltura infantile (VII sec.d.C.)
reperti lapidei di epoca romana
elemento architettonico decorato su entrambi i lati pertinente a un edificio di culto (dal Seminario Vescovile - VIII/IX sec. d.C.)
capitello con decorazione vegetale (dal Seminario Vescovile)
pavimento a mosaico policromo (V sec.d.C.)
lacerti d'affresco provenienti dal Seminario Vescovile

- Sezione II - Prima di Mantua: alla scoperta delle origini 

oggetti del IV/II sec.a.C.
oggetti dell'età della pietra

collana portamuleti (età del bronzo)
forma di fusione (età del bronzo)
utensili dell'età del bronzo
candelabro con cimasa figurata ("Tomba Gallica" di Castiglione delle Stiviere - IV/II sec. a.C.)
forno in argilla per la cottura di alimenti (VI sec.a.C.)
reperti etruschi
reperti etruschi
reperti etruschi
canyx (strumento musicale da guerra celtico)

- Sezione III - Mantua. Il Tempo di Virgilio e di Augusto 

ricostruzione di monumento funerario ad edicola con tetto a cuspide (età augustea)
 

 - IV Sezione - Nuove genti. Segni d'integrazione 

oggetti provenienti da sepolture longobarde
sarcofago tardoantico
 www.museoarcheologicomantova.beniculturali.it/
Orario: martedì, giovedì, sabato                          8.30/18.30
             mercoledì, venerdì, domenica e festivi  8.30/13.30
             lunedì CHIUSO
Costo: 4€

CONCLUSIONI
Anche se il Museo Archeologico di Mantova è ancora in evoluzione, essendo allestito per ora solo il piano terra e avendo ancora a disposizione due piani dell'edificio, è una tappa importante nella visita della città, per conoscere le sue origini e le sue dominazioni antiche.
Inoltre l'esposizione degli "Amanti di Valdaro" lo rende un'attrattiva per tutti quei turisti romantici che vogliono rendere omaggio agli amanti del Neolitico stretti da un abbraccio millenario.

Se poi si vuole, si può visitare anche una domus romana che sorgeva nell'attuale Piazza Sordello, proprio a pochi passi dal museo.

domus di Piazza Sordello (intravista dall'esterno)
Durante i lavori d'installazione di un dissuasore mobile nell'angolo sud-est della piazza, nel dicembre 2006 si sono scoperti due mosaici appartenuti ad una domus di III secolo d.C.
I due mosaici appartengono a due ambienti attigui, e da sondaggi si è accertato che sono in totale almeno sette gli ambienti (gli altri con pavimentazione anche in cocciopesto e cementizio), che componevano questa casa romana sotto il lastricato della piazza e anche sotto Via Tazzoli.
La domus di Piazza Sordello è, insieme a quella ritrovata sotto Palazzo Andreasi, la più estesa finora rinvenuta a Mantova.
Il primo mosaico, quello più grande, ha un tassellato bianco con cornice a treccia policroma a tre capi.
Il secondo mosaico policromo è incorniciato da una treccia a due capi, all'interno della quale riquadri con motivi geometrici ed elementi vegetali e animali (due delfini) stilizzati, incorniciano a loro volta due figure stanti, riconosciute secondo lo schema delle pitture pompeiane, come Venere e Marte.
Le figure sono realizzate con tessere molto piccole e con un'ampia varietà cromatica che conferisce plasticità ai corpi.
mosaico figurato della domus di Piazza Sordello
mosaico figurato della domus di Piazza Sordello
In quest'area di 50mq si sono potute accertare tre fasi edilizie che vanno sino al XIII secolo, quando gli edifici di quest'area vennero demoliti per far spazio alla nuova piazza davanti al Palazzo Ducale.
Le basi di pilastri di una costruzione tardoantica (V/VI secolo d.C.), poggiano sul mosaico figurato.
Durante l'occupazione medievale della domus, l'ambiente interrato vicino ai mosaici fu usato come fossa di scarico di materiali in ceramica e vetro.
Vi fu poi un cedimento del terreno che ruppe i mosaici e e provocò uno sprofondamento.
Ci sarebbe quindi una Mantova sotterranea sotto Piazza Sordello, ancora da esplorare!

La costruzione che si è progettata per preservare questo scavo e renderlo fruibile al pubblico ha destato un vespaio di polemiche, prima fra tutte quella del critico d'arte Vittorio Sgarbi, che ha paragonato la struttura ad un "vespasiano".

la costruzione che protegge i mosaici romani
In effetti in una piazza così bella e antica questa struttura moderna, anche se vuole rappresentare una domus romana, non è un bel vedere, e devo dire che anche a me non è piaciuta.
Anzi, passandoci vicino non ci eravamo neanche accorti che la costruzione fosse una passeggiata archeologica, colpevole anche l'occupazione della piazza da parte del palco e degli spalti per un concerto.
Questo fatto, devo dire la verità, mi è piaciuto ancor meno!
Ricordavo la piazza in un altro nostro viaggio, sgombra da ogni installazione che ne occultasse la visuale sui suoi edifici storici, e che mi aveva colpito per la sua bellezza.
Questa volta, vedere Mantova ingabbiata da impalcature di restauro post terremoto (queste necessarie e dovute), e ingombra di transenne per un concerto, che sicuramente avrebbe potuto essere svolto in altra sede, mi è dispiaciuto molto!

giovedì 18 gennaio 2018

Mantova: palazzi nobiliari, case di artisti, mercanti, dignitari di corte, beate, rabbini e personaggi di fantasia


Passeggiando per le vie del centro di Mantova, spesso ci si imbatte nelle case appartenute o abitate da personaggi che hanno contribuito alla vita artistica, culturale, religiosa della città.

C'è addirittura il caso di una casa nella quale il suo proprietario non ha mai abitato, non essendo mai esistito realmente, ma solo nel libretto di Francesco Maria Piave di un'opera musicata da Giuseppe Verdi, "Il Rigoletto", rappresentata per la prima volta al Teatro La Fenice di Venezia nel 1851, e ambientata a Mantova nel XVI secolo...da questa casa inizia questo post "itinerante".

La cosiddetta Casa del Rigoletto si trova a Piazza Sordello 23.

giardino della Casa del Rigoletto
L'abitazione prende il nome da Rigoletto, buffone di corte gobbo e deforme della corte dei Gonzaga, uno dei personaggi protagonisti dell'opera verdiana tratta dal dramma "Le Roi s'amuse" ("Il re si diverte") di Victor Hugo (1832).

Nell'opera di Verdi, Rigoletto aveva una figlia segreta, Gilda, che i cortigiani credono la sua amante.
Il duca, edonista e donnaiolo, vuole conquistare la ragazza che, creduta l'amante del buffone, i cortigiani avevano rapito e portato al palazzo per deridere Rigoletto.
Rigoletto svela alla corte che in realtà Gilda è sua figlia, ma purtroppo ormai la ragazza è stata disonorata dal duca.
Gilda comunque ama il duca, e Rigoletto cerca di convincerla delle cattive intenzioni del suo signore.
Perciò conduce la figlia a casa del sicario Sparafucile (altro luogo di fantasia che è diventato un luogo reale, riconosciuto in un edificio chiamato Rocca di Sparafucile, posto in riva al Lago di Mezzo, all'imbocco del Ponte S.Giorgio), l'uomo assoldato per attuare la vendetta per il disonore subito.
Nel frattempo Maddalena, la sorella di Sparafucile, aveva adescato il duca e Gilda può vedere realmente l'uomo di cui si è innamorata, che deride le donne che s'invaghiscono di lui (famosa è qui l'aria "La donna è mobile" nell'opera verdiana).
Rigoletto ordina quindi a Gilda di tornare a casa, vestirsi da uomo e scappare a Verona.
Ma Gilda in abiti maschili ritorna alla casa/locanda di Sparafucile, dove Maddalena, anche lei innamoratasi del duca, aveva convinto il fratello a non uccidere il duca, ma al suo posto Rigoletto e di intascarsi il denaro che il buffone gli avrebbe portato per ricompensarlo dell'omicidio.
Sparafucile però decise di ammazzare al posto di Rigoletto, chiunque avesse bussato entro la mezzanotte alla sua locanda.
Gilda, che voleva salvare il duca, bussa alla locanda, e creduta un mendicante, viene pugnalata da Sparafucile, che consegna il suo corpo chiuso in sacco a Rigoletto.
Rigoletto felice di essersi vendicato si reca al fiume per buttarvici il sacco, ma sentendo la voce del duca, si accorge di essere stato imbrogliato e che il corpo agonizzante che trasportava è quello della figlia che gli chiede perdono.
Un vero dramma!

Il dramma originale di Victor Hugo era ambientato a Parigi lungo la Senna, mentre nell'opera di Verdi a Mantova lungo il Mincio.
Il re francese (si alludeva a Francesco I) viene sostituito dal duca di Mantova.
Il buffone francese Triboulet si chiamerà nell'opera lirica Rigoletto.

La cosiddetta Casa di Rigoletto non si può identificare esattamente con quella descritta nel libretto dell'opera verdiana, ma questa abitazione rappresenta l'unico esempio di costruzione rinascimentale a due piani con giardino recintato rimasto a Mantova.
Inoltre è vicina a Palazzo Ducale.

La casa è una costruzione medievale ristrutturata nel Quattrocento.
Nella realtà è stata l'abitazione dei canonici del Duomo di S.Pietro, che si trova alle sue spalle.
Probabilmente il nucleo dell'abitazione con ingresso su Piazza Sordello rappresentava il nucleo retrostante della casa ristrutturata in epoca rinascimentale (XVI secolo).

L'edificio, oggi sede dell'Ufficio d'informazioni turistiche di Mantova, è caratterizzato da una loggetta e da un piccolo giardino.

La loggetta, di gusto toscano-quattrocentesco, ha colonnine in marmo che sostengono un'architrave in legno.
L'altana, nell'opera di Verdi, rappresentava il "balcone di Gilda".

Nel porticato al piano terra vi sono inserite due colonnine duecentesche provenienti forse da un chiostro della canonica.

Probabilmente la casa fu abitata da un membro della famiglia Arrivabene, dato che risulta lo stemma con monogramma di questa famiglia su un soffitto ligneo del piano terra, su due capitelli di colonnine e in alcuni affreschi.

Nel giardinetto della casa è stata collocata nel 1978 una statua bronzea raffigurante Rigoletto, opera di Aldo Foschi.
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La cosiddetta Casa del Mercante o Casa di Boniforte da Concorezzo si trova in Piazza delle Erbe (ex piazza del mercato), all'angolo con Piazza Mantegna.

Casa del Mercante
Questo edificio a tre piani venne eretto nel 1455 e commissionato da Giovanni Boniforte da Concorezzo, un mercante di origini brianzole.

Il nome del proprietario e la data di costruzione della casa sono ancora leggibili nelle due scritte, una in latino e una in volgare, poste all'interno di due architravi contrapposte che corrono sotto il portico dell'edificio:

"(ZO) HANBONIFORT DA CONCHOREZO AFAT FAR QUESTA OPERA DELANO 1455" 

"IOHANESBONIFORT DE CONCORESIO HOC OPUS FIERI FECIT SUB ANNO DOMINI 1455".

scritta in latino
scritta in volgare
Bertone, padre di Giovanni, aveva già avviato un'attività fiorente nella Mantova dei Gonzaga: prima speziale, poi cambiavalute, aveva infine capito che l'attività più redditizia era il commercio di lane importate da Venezia.
Aprì quindi sei negozi in città.
Giovanni proseguì l'attività del padre e divenne il fornitore della corte di Ludovico II Gonzaga.
Giovanni volle che la sua casa divenisse la più bella della città.

Non si conosce chi ne fece il progetto (si presume che vi collaborò Luca Fancelli che in quell'epoca stava dando un nuovo aspetto alla piazza), e neanche la provenienza delle maestranze che la costruirono, ma la casa ancor oggi attira gli sguardi di chi vi passa accanto, e rimane come esempio di passaggio tra lo stile gotico e rinascimentale veneziano.

Casa del Mercante con alle spalle la Torre del Salaro
L'edificio è articolato su tre piani: al pianoterra la bottega con portico, il magazzino e l'abitazione collocati negli altri due piani.

Esternamente la casa segue vari stili: lo stile lombardo (con le colonnine sospese), lo stile orientale (con le larghe bordature delle finestre), e lo stile veneto (le sue decorazioni in cotto e il portico sorretto da un' architrave).

Due fregi diversi con colonnine tortili e archetti polilobati in cotto dividono i piani, mentre s'individuano le tracce di un terzo fregio (staccatosi, venduto o non terminato), che doveva anch'esso decorare la facciata.

fregi della facciata
fregio tra il pian terreno e il primo piano
particolare della decorazione del fregio con colonnine tortili e archetti polilobati
impronta del fregio mancante tra il primo e il secondo piano della casa
I fregi un tempo erano ricoperti da foglie oro che spiccavano su un fondo dipinto in rosso (sostituito poi da un fondo azzurro).

Le sue sei finestre con decorazioni in rilievo a foglie e a riccioli in cotto rappresentano a Mantova un unicum.

finestre del primo piano
finestre del secondo piano
finestra del primo piano
Il portico al piano terra presenta quattro colonne in marmo rosso di Verona.

portico della Casa del Mercante
colonne in marmo di Verona
decorazione del sottoportico
portico
I capitelli portano scolpiti lo stemma con le iniziali Z e B di Giovanni Boniforte (Zoan Boniforte).
In un capitello è raffigurato un porticciolo.
In una zona di Porto Mantovano infatti, la famiglia Boniforte possedeva un piccolo scalo per i commerci provenienti da Venezia, un mulino, e una conceria per la tintura delle stoffe e del cuoio con il tannino estratto dalle querce di cui avevano l'appalto.

un capitello del portico
un capitello del portico con stemma e iniziali di Giovanni Boniforte (Z e B)
Nell'architrave sopra l'ingresso della bottega un bassorilievo mostra con le sue raffigurazioni le merci vendute anticamente nel negozio: guanti, cappelli, bilance, coltelli, cucchiai...e anche le lane, circondate da pacchi, con cui la famiglia Boniforte aveva costruito la sua fortuna.
Ancor oggi, nell'antica bottega si vendono stoffe!

bassorilievo con raffigurazione della mercanzia venduta
bassorilievo con raffigurazione della mercanzia venduta
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Poco distante, in Piazza Marconi 13, si trova la cosiddetta Casa del Cappellaio o Casa Talarico o Casa del Mercato (o Domus Mercati).

Casa del Cappellaio
L'edificio dalla facciata dipinta tra la fine del Quattrocento e l'inizio del Cinquecento, prende il nome dal mecenate che ha devoluto i soldi per il restauro dell'edificio nel quale si trova il negozio dove svolge la sua attività.
Sotto una patina nera è apparsa infatti una facciata dipinta con affreschi che lasciano pochi dubbi sulla paternità dell'opera: Andrea Mantegna.

Si pensa che il grande maestro sia l'artefice delle decorazioni pittoriche per diversi motivi: l'uso dei lapislazzuli, il tratto deciso delle figure, i riferimenti all'antico, la grande quantità di colore usato, i raffinati angioletti, i tritoni e le nereidi.
C'è chi ha anche ipotizzato che il Mantegna abbia abitato in questa dimora.
Certo è che a fine Quattrocento fu questa una casa di proprietà della famiglia Viani, e Taddea, figlia di Andrea Mantegna, sposò Antonio Viani.

Questa infatti è la metà sopravvissuta di una casa riedificata per volere di Ludovico Gonzaga nel 1462 da Luca Fancelli.
E' questa l'unica casa a Mantova a conservare l'intera facciata dipinta.
Furono usati per affrescarla materiali rari e costosi.

Le due arcate del portico al piano terra sono sormontate da decorazioni pittoriche nelle quali prevale il colore azzurro.

portico del piano terra
un'arcata dipinta del portico
decorazione del soffitto del portico
 Su un capitello delle colonne del portico si legge incisa una sigla, forse le iniziali di uno dei proprietari che si sono succeduti nell'arco della sua esistenza.

Al primo piano l'affresco tra le finestre si è un po' deteriorato, ma si possono vedere alcuni monumenti di una città che potrebbe essere Roma, oppure Mantova.

affresco tra le finestre del primo piano con rappresentazione di una città
 Sotto l'affresco una scritta in latino inneggia al perdono per chi ti arreca ingiuria.

scritta in latino
In un piccolo fregio a fondo rosso sono rappresentati cavalli in corsa, mentre in un tondo è raffigurato S.Longino.

cavalli in corsa
S.Longino
Al piano superiore invece, tra le finestre di stile fancelliano, l'affresco posto sopra una scritta in latino si è conservato meglio.
In esso vi è rappresentata la Clemenza di Alessandro Magno, scena tratta dalle "Storie di Alessandro" di Curzio Rufo.
Nel fregio sotto il cornicione angioletti incorniciano con nastri e racemi le due aperture di forma circolare.

fregio con angioletti, scritta in latino e affresco del secondo piano: Clemenza di Alessandro Magno
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Passiamo ora ad ammirare la facciata della Casa di Giulio Romano in Via Carlo Poma 18.

Casa di Giulio Romano
Giulio Pippi de' Jennuzzi, detto Giulio Romano perché nato a Roma, fu allievo e collaboratore di Raffaello, ed è stato uno degli artisti più importanti del Rinascimento e del Manierismo italiano.
Nel 1524, con la mediazione di Baldassarre Castiglione, ambasciatore dei Gonzaga a Roma, si trasferisce a Mantova, dove divenne architetto e pittore di corte, e prefetto delle fabbriche gonzagesche.
A Mantova ha lavorato a Palazzo Te (cicli di affreschi e stucchi), a Palazzo Ducale (Appartamento di Troia e Padiglione della Rustica), al Duomo di S.Pietro (ristrutturazione).
Divenne un personaggio ricco e potente tanto da potersi permettere un palazzo che egli stesso ristrutturò.

copia del Ritratto di Giulio Romano (Tiziano)
Giulio Romano acquistò nel 1580 un palazzo quasi di fronte alla Chiesa di San Barnaba, in Contrada Larga.
Su suo progetto restaurò l'edificio preesistente per trasformarlo nella sua abitazione a partire dal 1540.

E' questo uno dei primi esempi di edificio progettato da un artista a suo uso.
La facciata suggerisce una tipologia di palazzo usata dal Bramante e da Raffaello a Roma (per esempio per Palazzo Branconio, distrutto nel 1661 per far posto al colonnato di Bernini per la Basilica di S.Pietro).

La facciata, anche se ampliata di due campate da Paolo Pozzo nel 1800, non ha cambiato le sue proporzioni originarie. Suddivisa in otto moduli da lesene di ordine tuscanico, ha un paramento rustico.
Il basamento è decorato a bugnato: bugne rustiche alternate a bugne lisce.

La fascia marcapiano è spezzata.
Sull'ingresso del palazzo si trova un timpano incompleto.

ingresso della Casa di Giulio Romano
Le finestre ad edicola circoscritte da archi sormontati da bugne, appaiono come una loggia tamponata.

finestre con timpano, circondate da arcate, decorate con bugne e mascheroni
Sopra ai timpani delle finestre vi sono dei mascheroni di gusto manierista.
Un mascherone si trova anche sulla nicchia dell'ingresso, che contiene una statua di Mercurio di recupero antico, restaurata nel Cinquecento dal Primaticcio.
Nella nicchia è anche posto un montone, simbolo presente nello stemma di Giulio Romano.

nicchia sopra il portale d'ingresso: Mercurio, il montone dello stemma di Giulio Romano e un mascherone
Le finestre quadrate del pian terreno donano luce e aria alle cantine.

Originariamente la facciata decorata a stucchi era anche policroma: l'attuale monocromia si deve a Paolo Pozzo (1800).

Nell'interno, oggi proprietà privata, vi sono ancora affreschi realizzati da Giulio Romano, come quelli rappresentati Divinità classiche presenti nel salone di rappresentanza.

Giulio Romano, che precedentemente aveva cambiato in città altre due case, abitò in questa dimora fino al 1546, anno della sua morte. 
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Altra casa appartenuta ad un grande artista rinascimentale è la Casa del Mantegna, collocata in Via Acerbi 47, proprio di fronte al Tempio di S.Sebastiano.

Casa del Mantegna (a sinistra) e Tempio di S.Sebastiano (a destra)
Andrea Mantegna è stato un grandissimo pittore italiano del Rinascimento.
L'artista fu invitato da Ludovico II Gonzaga a recarsi a Mantova, dove vi si trasferì nel 1460 per divenire pittore di corte, consigliere artistico e curatore delle collezioni d'arte dei marchesi.
Inizialmente Mantegna realizzò diversi ritratti di personaggi della corte gonzagesca.
Poi, oltre alla cappella di corte (in seguito distrutta), Mantegna dipinse nel Castello di S.Giorgio la famosa Camera Pinta o Camera degli Sposi (1465/1474).

Realizzò a Mantova anche le nove tele del Trionfo di Cesare (oggi al Hampton Court Palace di Londra), la Pala di S.Maria della Vittoria  per celebrare il trionfo militare del marchese Francesco II Gonzaga sul re di Francia Carlo VIII nella Battaglia di Fornovo, il Parnaso e Minerva che caccia i Vizi dal Giardino di Virtù per lo studiolo di Isabella d'Este (oggi tutte queste opere si trovano al Musée du Louvre a Parigi), il Cristo Morto (oggi alla Pinacoteca di Brera a Milano).

busto di Andrea Mantegna (cappella funeraria nella Basilica di Sant'Andrea)
Sino al 1480 Mantegna abitò in una casa nella Contrada dell'Aquila vicina al Palazzo Ducale, poi per un solo anno dimorò in un edificio in Contrada del Cavallo, poi in Contrada Pusterla.
Infine si trasferì definitivamente nell'abitazione da lui costruita, e forse anche progettata, che divenne la sua residenza sino al 1502.

Casa del Mantegna
Come scritto su un rinforzo di marmo, questa casa venne costruita a partire dal 1476, su un terreno donato al Mantegna dal marchese Ludovico II Gonzaga, probabilmente per ricompensarlo della Camera Pinta (o Camera degli Sposi), realizzata dall'artista nel Castello di S.Giorgio.

Esternamente la casa appare come un cubo (25m di lato), in mattoni rossi.

pianta della Casa del Mantegna e dei giardini di Palazzo S.Sebastiano
La casa a pianta quadrata, si eleva su due piani.
Al centro dell'edificio è inscritto un cortile circolare sul quale s'affacciano le finestre e le porte finestre delle otto stanze del pian terreno dell'abitazione (collegate internamente da un corridoio circolare), e le finestre del primo piano.
Il cortile circolare (11m di diametro), fungeva da atrium, come nelle domus romane.
In questo cortile Mantegna esponeva le sue collezioni di sculture antiche.
Alle spalle della casa vi era poi un giardino.

facciata della Casa del Mantegna
Delle pitture originali è rimasto ben poco: la facciata era infatti un tempo dipinta.

Anche se la paternità del progetto è ancora ignota, l'idea di un cerchio iscritto in un quadrato si pensa derivi dai contatti che il Mantegna aveva con Leon Battista Alberti, e ai simboli divini che si volevano proporre.
Forse la casa fu realizzata da Luca Fancelli su progetto dello stesso Mantegna.
Il cortile cilindrico (non si hanno notizie se avesse una copertura), rimanda inoltre al soffitto realizzato nella Camera Picta, dove in uno spazio a pianta quadrata aveva dipinto un oculo rotondo dal quale si poteva vedere un finto cielo.

Su uno degli architravi del cortile vi era la scritta AB OLYMPO.
Un peduccio in terracotta con la stessa scritta in latino, proveniente dalla casa del Mantegna, è oggi conservato nel vicino Museo della Città di Palazzo S.Sebastiano.

peduccio con la scritta AB OLYMPO proveniente dalla Casa del Mantegna (Museo della Città di Palazzo S.Sebastiano)
Come Zeus ad Olimpia aveva inciso su pietra con un fulmine la grandezza di Fidia, così Mantegna con questa scritta si mostra fiero del proprio ingegno come dono divino, testimoniato dalla fama che aveva raggiunto e dal suo stato sociale (era stato nominato nel 1484 "cavaliere" da Federico Gonzaga  e gli era stato concesso dal marchese  Ludovico Gonzaga uno stemma araldico).
Nel 1502 Mantegna vendette la casa a Francesco II Gonzaga, per paura di rimanere vittima dei debiti.
Si trasferì quindi in Contrada del Bove e poi in Contrada Unicorno dove morì nel 1506.
La casa fu poi venduta al ramo minore dei Gonzaga di Vescovato nel 1607 e poi passò ad altre famiglie.
Nel 1859 la casa passò al Comune che l'adibì ad abitazione e poi a caserma.
Agli inizi del Novecento venne incorporata in una scuola.
Fu scorporata poi dall'edificio sulla destra negli anni '40.
Oggi la Casa del Mantegna, proprietà della Provincia, è sede di esposizioni temporanee.

www.casadelmantegna.it
Orari: lunedì e giovedì                       9.00/12.30   14.30/16.30
          martedì, mercoledì e venerdì   9.00/12.30
Costo: GRATIS
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Come la Casa del Mantegna, la Casa del Bertani in Via Trieste 8 è stata costruita dal personaggio che l'abitò: l'architetto mantovano Giovanni Battista Bertani.

Casa del Bertani
Il Bertani, allievo di Giulio Romano, seguì le orme del maestro e divenne prefetto delle fabbriche ducali.
E' suo il progetto degli Appartamenti di Guglielmo Gonzaga, il Cortile della Cavallerizza e il Teatro di corte nel Palazzo Ducale e anche quello della Basilica Palatina di S.Barbara.
Nel 1567 venne processato dall'Inquisizione con l'accusa di aver aderito al Protestantesimo, incarcerato per cinque mesi e rilasciato dopo aver fatto pubblica abiura.
Commentò alcuni passi del "De Architectura" di Marco Vitruvio Pollione nel trattato d'architettura "Gli oscuri et difficili passi dell'opera ionica di Vitruvio" (dedicato al cardinale Ercole Gonzaga), e pubblicò un trattato nel quale spiegava un nuovo metodo per per tracciare la voluta del capitello ionico.
La casa è stata costruita  tra il 1554 e il 1556 su un edificio preesistente.

Ai lati dell'ingresso vi sono due semicolonne di ordine ionico in marmo bianco veronese: quella di sinistra si presenta come una comune lesena, mentre quella destra è ruotata di 180° e si mostra quindi come una sezione, con graffiti i dettagli, le misure e i nomi dei vari elementi che la compongono.
All'epoca del Bertani per misurare si usava il "braccio mantovano" (equivalente a 46,69cm), e anche questa misura viene riportata nel basamento.
Un vero e proprio manuale d'istruzioni!

semicolonna ionica
base della semicolonna con "istruzioni" per la costruzione
"braccio mantovano "
Inoltre, accanto alle finestre del primo piano, vi sono due epigrafi che riportano le citazioni del "De Architectura" di Vitruvio.

Questa casa dalla facciata di gusto manierista è oggi proprietà privata.
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Poco più avanti, sul proseguimento di Via Trieste, a Via Pomponazzo 23 si erge Palazzo Sordi, appartenuta al marchese Benedetto Sordi.

Palazzo Sordi
Alto dignitario della corte dei Gonzaga, fu tesoriere di stato del duca Ferdinando Carlo Gonzaga-Nevers.

Il busto del committente di questo palazzo barocco è affisso in un'edicola all'angolo destro del palazzo.
Al di sotto si trova un'epigrafe nella quale viene citato l'architetto fiammingo Frans Geffels, prefetto delle fabbriche gonzagesche, che realizzò il palazzo.

busto di Benedetto Sordi  e iscrizione con nome dell'architetto e data di costruzione
Il palazzo fu costruito nel 1680.
La lunga facciata è decorata al pian terreno da lesene a bugne rustiche alternate a bugne lisce.
La stessa decorazione si trova ad incorniciare le finestre che al piano nobile sono sormontate da timpani triangolari e curvi alternati.
A livello del marcapiano si trova una balaustra.

facciata con portale e tondo con Madonna col Bambino
Il portale è sovrastato da un balcone in marmo, al di sopra del quale, in un timpano decorato con capitelli, si trova una Madonna col Bambino opera dello stuccatore Gian Battista Barberini.

Madonna col Bambino (Gian Battista Barberini)
Oggi il palazzo è di proprietà privata.
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Un altro edificio il cui progetto è attribuito all'architetto Frans Geffels è la cosiddetta Casa del Rabbino situata nell'antica Contrada del Grifone in Via Bertani 54, via che un tempo faceva parte del Ghetto ebraico.

Casa del Rabbino
Quando fu costruito l'edificio, il ghetto mantovano era già stato creato da Vincenzo I Gonzaga da circa settant'anni.
Delle sei sinagoghe esistenti un tempo a Mantova, rimane oggi solo la Sinagoga Norsa Torrazzi. Costruita nel 1702, fu trasferita e ricostruita fedelmente nel cortile dove oggi si trova nell'Ottocento, quando si volle demolire il ghetto.
Il palazzo della Casa del Rabbino, commissionato forse da qualche ricca famiglia ebraica, e abitato probabilmente da alcuni rabbini della comunità ebraica mantovana, fu costruito alla fine del XVII secolo su un edificio ricostruito nel Quattrocento.

facciata della Casa del Rabbino
Il palazzo si articola su quattro piani.
La facciata di questo palazzo barocco è decorata sotto le finestre del piano nobile con sei pannelli in stucco che rappresentano Città ideali, forse bibliche.

pannelli in stucco con Città ideali
Il portale a conci diamantati in marmo è sormontato da un balcone con ringhiera in ferro battuto.
Le cornici delle finestre sono di gusto spagnolo.

Oggi l'edificio è proprietà privata.

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La Casa della Beata Osanna Andreasi si trova in Via Frattini 9.

Casa della Beata Osanna Andreasi
Osanna Andreasi era la secondogenita di una famiglia nobile che si era trasferita a Mantova nel XV secolo.
A sei anni ebbe la sua prima visione e a quindici anni divenne terziaria domenicana.
Ricevette le stimmate.
Dedicò tutta la sua vita alla preghiera e a opere pie.
Ritratto della beata Osanna Andreani
Imparentata alla lontana con i Gonzaga, stette in stretti contatti con la corte: prima con Federico I Gonzaga e Margherita di Baviera, occupandosi della marchesa e dei suoi figli quando il marchese era lontano da Mantova, e sostituendolo a volte al governo in sua assenza, e poi con Francesco II Gonzaga e Isabella d'Este che furono vicini al suo letto di morte quando spirò.
Isabella d'Este fece realizzare un monumento funebre da Giancristoforo Romano, per tumularla nella Chiesa di S.Domenico (chiesa non più esistente).
Cappella Andreasi (Duomo di S.Pietro - Mantova)
Il suo corpo incorrotto riposa oggi nel Duomo di Mantova (sotto l'altare del braccio sinistro del transetto).
Nel 1515 fu concesso da Leone X il culto di Osanna e venne beatifica da Innocenzo XII nel 1694.
La beata Osanna Andreasi è la compatrona di Mantova.

Niccolò Andreasi, padre di Osanna, acquistò nel 1471 una casa in Contrada del Cervo, dove la beata visse sino al giorno della sua morte (18 giugno 1505).

La casa, esempio ben conservato di abitazione quattrocentesca, si trova di fronte alla Chiesa di Sant'Eligio e accanto al barocco Palazzo Valenti Gonzaga.

facciata della Casa della beata Osanna Andreasi
La facciata della casa presenta un basamento con mattoni a vista, un portale ad arco a tutto sesto e tre ordini di finestre decorate in cotto che riprendono gli stilemi di Luca Fancelli.

portale d'ingresso con arco in cotto
La casa si compone di tre piani, oltre che le cantine e la soffitta.
Al pian terreno dopo il corridoio d'ingresso s'accede ad una sala decorata a grottesche, usata oggi come sala conferenze.

sala del pian terreno decorata con grottesche e con soffitto in legno a cassettoni dipinti
sala del pian terreno decorata con grottesche e con soffitto in legno a cassettoni dipinti
sala del pian terreno decorata con grottesche e con soffitto in legno a cassettoni dipinti
sala del pian terreno decorata con grottesche e con soffitto in legno a cassettoni dipinti
Si può poi uscire nel giardino, una sorta di hortus conclusus con vera di pozzo tra piante officinali e rose rampicanti sul muro di recinzione.

giardino della casa visto dal piano nobile
giardino visto dal pian terreno
giardino visto dal portico
Il cortile presenta un portico isolato su tre arcate, con colonne quattrocentesche in marmo rosa e stemma con il cigno e la stella, simboli della famiglia Andreasi.
I sottarchi presentano pitture realizzate nel XV secolo.

portico
arcate e colonne del portico
arcate dipinte del portico e capitelli con lo stemma della famiglia Andreasi
Salendo le scale, in cotto come i pavimenti dell'abitazione, si può accedere al mezzanino, dove vi sono una cappellina consacrata ed uno studiolo con armadiature dipinte.

scale in cotto
cappellina
studiolo
Questo studiolo, per le sue dimensioni facilmente riscaldato, veniva usato per accogliere i malati assistiti dalla beata Osanna, e si pensa che lei stessa si sia spenta in quest'ambiente.
La porta in legno dello studiolo è stata ritrovata accantonata nella casa e rimessa in sito, come un'altra gemella sempre quattrocentesca posta nel corridoio.

porta in legno dello studiolo
porta in legno del corridoio
Dal mezzanino si sale al piano nobile dove si trovano quattro stanze.
Una di queste è interamente dipinta a trompe l'oeil con architetture di colonne, balaustre e cartigli con massime in latino.

sala decorata con un'architettura a colonne
sala decorata con un'architettura a colonne
particolare della decorazione pittorica
particolare della decorazione pittorica
Negli altri ambienti di questo piano sono raccolti oggetti appartenuti alla beata: lacerti di un suo abito e la ricostruzione moderna dell'intera veste, il suo cilicio, un pettine in avorio con bordi dentellati, una corona del rosario, il suo libro di preghiere, un crocifisso ligneo e il calco del suo viso preso appena morta.

sala con i cimeli della beata Osanna Andreasi
sala con i cimeli della beata Osanna Andreasi
Crocifisso ligneo
veste della beata Osanna
ricostruzione della veste da quella originale
calco del viso della beata Osanna
corona del rosario
cilicio e pettine in avorio
E' conservato anche un anello con smalti montati su supporto in oro rosso, che la beata portava forse al pollice (il giro dell'anello è piuttosto largo), donato nel 1808 a Giovanni Magnaguti (che aveva sposato Luigia Andreasi, l'ultima discendente della casata), prelevato da una ricognizione nella teca che contiene il corpo della beata.

anello appartenuto alla beata Osanna Andreasi
documento che attesta l'autenticità dell'anello della beata
L'anello rappresenta una mano che regge nel palmo aperto tre sfere rosse allungate (forse a rappresentare il Preziosissimo Sangue di Cristo, importante reliquia conservata a Mantova).
L'autenticità dell'anello è attestata dal vicario capitolare della diocesi in un documento qui conservato.

Inoltre vi sono raccolti nella casa reliquiari, libri antichi appartenuti alla famiglia Andreasi, biografie scritte sulla vita della beata, ritratti seicenteschi di Osanna, paramenti sacri e ritratti di Santi domenicani.

Beata Osanna Andreasi schiaccia il demonio (XV secolo)
ritratti di Santi domenicani
I soffitti in legno cassettonati del XV e XVII secolo conservano ancora la decorazione pittorica originale.
Gli affreschi alle pareti sono del '400 e del '500, mentre la decorazione con lo stemma degli Andreasi sopra al camino è del '600.

decorazioni parietali e soffitto ligneo del piano nobile
soffitto ligneo dipinto e fregio
decorazioni parietali e soffitto ligneo del piano nobile
camino in marmo con stemma Andreasi
stemma Andreasi
La casa rimase di proprietà della famiglia Andreasi fino al 1780 quando, per dote nuziale, passò alla famiglia dei conti Magnaguti.
L'ultimo discendente rimasto della famiglia, il conte Alessandro Magnaguti, per perpetuare il ricordo della beata Osanna, dopo aver concesso l'abitazione ad alcune terziarie domenicane, donò alla Provincia Domenicana di Bologna la casa nel 1966.
Oggi la casa/museo è un luogo di incontri culturali, sede dell'Associazione per i Monumenti domenicani e della Fraternita domenicana.
In questa dimora rinascimentale sono state girate alcune scene del film di Ermanno Olmi "Il Mestiere delle Armi" (2001), che narra alcuni episodi della vita di Giovanni de' Medici detto Giovanni dalla Bande Nere.
Nella finzione scenica questa era la casa dell'amante di Giovanni dalle Bande Nere.

Altre scene girate a Mantova hanno avuto come location il Cortile della Cavallerizza a Palazzo Ducale (nel quale si svolgeva il torneo), e la Basilica di Sant'Andrea (dove vengono ambientati i funerali di Giovanni, anche se in realtà nel 1526, anno della morte del famoso condottiero, la basilica non era ancora terminata).

www.casandreasi.it
Orari: lunedì/venerdì             10.00/12.30
giovedì anche il pomeriggio  17.30/19.00
Costo: offerta libera
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Accanto alla Casa della beata Osanna Andreasi sorge Palazzo Valenti Gonzaga.

Palazzo Valenti Gonzaga
I Valenti erano una nobile casata di origine longobarda proveniente dal Dalmazia, stabilitasi a Mantova nel XIV secolo.
Il cavaliere Valente Valenti nel 1518 venne fregiato Gonzaga delle insegne e del cognome dei Gonzaga dal marchese Francesco II.
stemma della famiglia Valenti Gonzaga
In questa dimora nacque il futuro cardinale Silvio Valenti Gonzaga, zio del cardinale Luigi Valenti Gonzaga e prozio del cardinale Cesare Guerrieri Gonzaga.
Il cardinale fu un mecenate e collezionista di opere d'arte: famoso è il dipinto Galleria del cardinale Silvio Valenti Gonzaga di Giovanni Paolo Pannini che lo raffigura nella sua quadreria con 220 dipinti (di cui 144 leggibili), delle 800 tele di famosi artisti che egli conservava in Villa Paolina a Roma (dimora che poi venne chiamata Villa Bonaparte, sita tra Via Piave e Via XX Settembre).
La collezione venne smembrata e dispersa.

Galleria del cardinale Silvio Valenti Gonzaga (Giovanni Paolo Pannini)
Il rifacimento in stile barocco della residenza cinquecentesca già esistente di Via Frattini 7, fu commissionato da Odoardo Valenti Gonzaga (nonno del famoso cardinale Silvio Valenti Gonzaga).
Il progetto di rinnovamento attuato nel XVII secolo fu affidato all'architetto fiammingo Frans Geffels.

La facciata del palazzo si deve a Nicolò Sebregondi che della facciata cinquecentesca lasciò lo zoccolo a conci di punte di diamanti, mentre aggiunse altre finestre rettangolari e quadrate dalla cornice in marmo bianco (cinque ordini di finestre).

facciata di Palazzo Valenti Gonzaga
zoccolo a conci di punta di diamante del palazzo
Varcato il portale d'ingresso che si apre nella facciata, si entra in un cortile dove gli stucchi delle pareti sono evidentemente barocchi: cartigli, medaglioni, volute, statue, telamoni, mascheroni, erme e nastri (il cortile è accessibile liberamente).

la facciata interna del cortile di fronte all'ingresso
controfacciata nel cortile
una facciata del palazzo nel cortile
particolare delle decorazioni del cortile
particolare delle decorazioni del cortile
Sotto il timpano della facciata di fronte all'ingresso, in un cartiglio si legge: "VALENTIBUS APTA".

timpano e cartiglio nella facciata del cortile
Sulla destra del porticato d'ingresso, si trovano un giardino pensile e l'ingresso per visitare al piano nobile della residenza la Galleria Museo Valenti Gonzaga

Gli ambienti restaurati della dimora nobiliare della famiglia dei marchesi Valenti Gonzaga sono: la Galleria, il Camerone del Figliol Prodigo, la Cappella del Cardinale, la Stanza del Trionfo del Tempo sulla Fama e la Stanza degli Stemmi.

La Galleria, dove in passato come oggi venivano accolti gli ospiti, è stata decorata a stucco e affrescata.

Galleria
affreschi della volta della Galleria
particolare dell'affresco della volta
nicchia con stucchi e statue della Galleria
nicchia con statue della Fama e di Cronos e raffigurazioni della Notte, di Apollo e di Aurora
accesso al Camerone del Figliol Prodigo
S'accede poi nel grande Camerone del Figliol Prodigo, sala di rappresentanza della dimora, così chiamata per la decorazione pittorica della parabola del vangelo raffigurata da Frans Geffels in quattro riquadri della volta.

Camerone del Figliol Prodigo
volta con stucchi e affreschi del Camerone del Figliol Prodigo
La partenza del figliol prodigo (Frans Geffels)
Il pentimento del figliol prodigo (Frans Geffels)
Il ritorno del figliol prodigo (Frans Geffels)
Il festino (Frans Geffels)
Al centro della volta è raffigurato il Carro del Sole.

Il Carro del Sole (Frans Geffels)
Agli angoli della volta vi sono quattro statue realizzate da Giovan Battista Barberini: il Solstizio d'inverno, l'Equinozio di primavera, il Solstizio d'estate e l'Equinozio d'autunno.

Il Solstizio estivo (G.B.Barberini)
L'Equinozio di primavera (G.B.Barberini)
L'Equinozio d'autunno (G.B.Barberini)
Il Solstizio d'inverno (G.B.Barberini)
 L'imbotto della finestra è decorato con due statue che raffigurano la Lussuria e la Prodigalità.

Lussuria (G.B.Barberini)
Tra gli stucchi della volta sono anche dipinti gli stemmi delle donne che entrarono a far parte della famiglia Valenti Gonzaga.

stemma della famiglia Gonzaga (Isabella Gonzaga aveva sposato il marchese Ottavio Valenti)
stemma della famiglia Coppini (Eleonora Coppini aveva sposato Odoardo Valenti Gonzaga)
stemma della famiglia Castelbarco (Laura di Castelbarco aveva sposato in seconde nozze Odoardo Valenti Gonzaga)
stemma della famiglia Valenti (Lucrezia Valenti Gonzaga, nipote del cardinale Silvio, aveva sposato Bonaventura Guerrieri)
Sotto il cornicione a mensole decorate alternate a motivi floreali della volta, lungo la parete corre un fregio con decorazioni in stucco tra le quali sono raffigurati Giochi di Putti.

cornicione a mensole della volta e fregio con stucchi e Giochi di Putti
cornicione a mensole della volta e fregio con stucchi e Giochi di Putti
cornicione a mensole della volta e fregio con stucchi e Giochi di Putti
cornicione a mensole della volta e fregio con stucchi e Giochi di Putti
Appena al di sotto del fregio vi sono lacerti di pitture con volute, festoni e mascheroni.

pitture sulle pareti del Camerone del Figliol Prodigo
Dal Camerone del Figliol Prodigo si accede in un vestibolo con volta a cassettoni con decorazioni a stucco, semicolonne e putti. 

vestibolo tra le camere
Il primo ambiente che si visita di questa parte più privata del piano nobile è la Cappella del Cardinale, trasformata oggi in suite di un B&B di lusso.

Cappella del Cardinale
suite ricavata nella Cappella del Cardinale
Qui il cardinale Silvio Valenti Gonzaga celebrava privatamente la S.Messa e venivano cresimati i figli della famiglia Valenti Gonzaga.

La cappella appare ancora riccamente decorata da affreschi, stucchi e statue, anche se in parte mutilate.
Al centro della volta sono raffigurate la Giustizia, la Pace, la Verità e la Misericordia, come scritto in latino nella cornice che racchiude l'affresco.

volta della Cappella del cardinale
decorazioni a stucco della cappella
decorazioni a stucco e affreschi della cappella
volta: Giustizia, Pace, Verità e Misericordia
Sono sei le statue che rappresentano le Virtù realizzate dal Barberini per questa sfarzosa stanza.

Carità e Virtù non identificata
Virtù non identificata
Castità e Virtù non identificata
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Un'altra camera visitabile è la Stanza del Trionfo del Tempo sulla Fama, dove al centro della volta è raffigurato Cronos, il dio del Tempo, che strattona la fanciulla con la tromba che rappresenta la Fama.
Questa rappresentazione vuole affermare che tutto è caduco.


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L'ultima stanza che si visita è la Camera degli stemmi che prende il nome dagli stemmi dipinti al centro e agli angoli della volta, appartenuti alle casate imparentate con quella dei Valenti Gonzaga.
In questa camera ha dormito la principessa Beatrice Bentivoglio d'Aragona.

volta della Camera degli Stemmi: agli angoli uno stemma non identificato (a sinistra) e lo stemma dei Gambara (a destra)
Al centro della volta vi sono gli stemmi accollati dei Valenti-Bentivoglio d'Aragona: Beatrice Bentivoglio d'Aragona aveva sposato il marchese Carlo Velenti Gonzaga.

stemmi accollati dei Valenti-Bentivoglio d'Aragona
Gli stemmi agli angoli sono delle famiglie Gambara (Violante Gambara, sorella della poetessa Veronica Gambara, aveva sposato il cavaliere Valente Valenti) e Castelbarco (come già detto famiglia dalla quale proveniva Laura di Castelbarco), mentre due rimangono non identificabili.

stemma dei Castelbarco
stemma non identificato
Anche se al momento della nostra visita non è stato possibile, la visita guidata prevede di scendere negli ambienti quattrocenteschi sotterranei del palazzo dove si trovano una farineria, un refettorio e anche la ghiacciaia, un ambiente con un'architettura elicoidale e una fontana in marmo veronese, dove si sono riuniti segretamente i carbonari risorgimentali mantovani.

Dopo la caduta dei Gonzaga, anche la famiglia ebbe un un declino.
Nel 1871 il palazzo venne abbandonato, cadde in rovina e venne depredato per un secolo.
Grazie al Professore Universitario Alfonso Rocco Linardi che amorevolmente ha trovato i mezzi e le energie per restaurarlo, il palazzo ha riacquistato il suo fascino barocco.

targa che attesta il restauro del palazzo
Dopo poco più di 20 anni di restauro, il piano nobile del palazzo, divenuto prima l'abitazione della famiglia Linardi, è stato poi trasformato in un B&B di lusso, una residenza d'epoca che offre la particolare possibilità di soggiornare in un museo.

http://www.valentigonzaga.com
Orari: tutti i giorni visita guidata alle 10.30
Costo: 10€
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La casa alla destra della facciata di Palazzo Valenti Gonzaga (Via Frattini 5), è chiamata Casa Guerrina e fu acquistata dal marchese Carlo Valenti nel 1690 per i figli cadetti della famiglia.

Casa Guerrina
La facciata è fancelliana e presenta in cinque nicchie, tra finte semicolonne, le statue in cotto della Vergine, dell'Angelo annunciante e di tre Santi.
Sono queste copie delle originali conservate al Museo della Città di Palazzo S.Sebastiano.

facciata di Casa Guerrina con nicchie e statue
Vergine, Angelo Annunciante e tre Santi (Museo della Città di Palazzo S.Sebastiano)
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Infine vi invito ad osservare le facciate di alcuni edifici che rivelano la loro antichità per la presenza di affreschi con decorazioni geometriche o figurate, che camminando con il naso all'insù lungo le strade di Mantova, si possono ancora incontrare.
Vanno dall'epoca tardo-gotica al Cinquecento.
 
Una di queste case si trova in Via Massari 11/13.
Corona la facciata una merlatura cieca nella quale appaiono ancora lacerti di dipinti di gusto cortese risalenti alla seconda metà del XV secolo.

palazzo con facciata dipinta in Via Massari 11/13
Gli affreschi raffigurano donne e uomini che sembrano affacciarsi da finestre e balconi con decorazioni ad anelli di tipo mantegnesco (ricordano quelli dipinti da Andrea Mantegna nella Camera Picta al Castello di S.Giorgio a Palazzo Ducale).
In origine le figure erano circa una dozzina.

affreschi della dimora nella merlatura cieca
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Un'altra casa dalla facciata dipinta si trova in Via Fratelli Bandiera 17/23.


Anche in questo edificio compaiono le decorazioni ad anelli rossi e verdi (i colori dei Gonzaga) intrecciati, come nella Camera Picta affrescata dal Mantegna.

decorazioni ad anelli intrecciati
La facciata presenta però motivi decorativi di altre epoche: la finestra ad arco contornata da una cornice in cotto è gotica, mentre il portale in pietra scolpita è rinascimentale.
Le aperture circolari nell'alto della facciata sono decorate da festoni retti da putti.

portale in pietra scolpita e fregio con putti

CONCLUSIONI
Spesso girovagare per una città senza una precisa meta, ma con l'intento di carpire particolari che il poco tempo tra un museo e un monumento da visitare non permette di afferrare, riserva sorprese interessanti.
A volte ci si trova davanti palazzi o abitazioni semplici che attirano l'attenzione per le loro decorazioni, magari si scatta anche una foto.
Ma non sempre le guide riportano notizie inerenti alla storia che vi è dietro quelle facciate, ed è proprio allora che la curiosità si fa più grande e, interessati dallo scoprire il passato dell'edificio, si cerca qualcosa che le riguardi.
Non sempre si è così fortunati da trovarle, ma in ogni caso, è interessante accorgersi del fascino del passato e della volontà degli uomini di lasciare un segno della propria vita ai posteri.